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Giovanni Fattori, La raccolta delle foglie

In un articolo pubblicato sulla “Gazzetta del Popolo” di Firenze nel 1862, un anonimo giornalista apostrofa con il termine “macchiaioli” un gruppo di pittori che da alcuni anni sono soliti ritrovarsi al caffè Michelangelo. Il termine, come spesso accade in questi casi, viene usato in senso dispregiativo, ma gli artisti non se ne dispiacciono e adottano l’epiteto. La “macchia” viene intesa come un’opposizione all’accademia ufficiale, strumento efficace per una ricerca più immediata della natura. Figura fondamentale, tra i macchiaioli, è quella di Giovanni Fattori. Il maestro livornese, celebre per le sue brucianti vedute della Maremma e per le cronache militari del Risorgimento, volge qui lo sguardo verso un frammento di quotidiana e silenziosa fatica nei campi.

Al centro della tela, una contadina è colta di spalle mentre si arrampica sui pioli di una scala in legno. L’artista adotta un punto di vista ribassato che contribuisce a monumentalizzare la figura della donna, stagliandola contro la chioma luminosa della pianta. Tutta la tensione del corpo è concentrata nel gesto di protendersi verso le fronde per raccogliere le foglie, un movimento che Fattori blocca sulla tela con assoluta naturalezza fotografica.

La tecnica pittorica rivela la straordinaria evoluzione della “macchia” fattoriana. Non vi è spazio per il disegno accademico o per la sfumatura leziosa; la realtà è restituita attraverso accostamenti di campiture di colore nette e sintetiche. La luce del sole penetra attraverso le foglie illuminando la schiena della contadina e accendendo l’erba ingiallita ai piedi dell'albero. Sullo sfondo, oltre il groviglio geometrico dei rami e della scala, si indovina il profilo essenziale e digradante delle colline toscane.

Fattori non cerca il sentimentalismo e non intende denunciare la condizione di povertà; il suo è un omaggio sincero e privo di retorica alla dignità del lavoro femminile. Questa contadina, sospesa tra la terra e il cielo sull’asse diagonale della scala, non è una musa passiva ma una protagonista attiva della sussistenza rurale. Attraverso la ruvida e schietta poesia della “macchia”, l’artista restituisce alla donna del secondo Ottocento la sua verità più profonda, celebrandone la forza silenziosa e l’instancabile centralità nella vita del nostro Paese.