AUDIO 2 - STREET ART Play
Il nome stesso “Street Art” evoca suggestioni forti e contraddittorie. Da un lato rappresenta una rottura con l’arte ufficiale e museale; dall’altro, proprio queste opere nate in opposizione alle istituzioni culturali vengono oggi accolte e celebrate da quel medesimo sistema. Artisti nascosti dietro pseudonimi, a volte ricercati tanto dai collezionisti quanto dalle forze dell’ordine, ricordano figure storiche come Caravaggio: amatissimo ma sempre in fuga. Le radici della Street Art sono antiche e nobili: dai graffiti preistorici alla pittura murale medievale, fino al muralismo messicano del dopoguerra e alla propaganda fascista in Italia. In comune, vi è l’idea di un’arte pubblica e accessibile. Negli anni ’70, dopo il golpe cileno di Pinochet, l’arte parietale si sviluppò come forza politica e collettiva: murales antifascisti e solidali vennero spesso realizzati da associazioni o gruppi di attivisti. Accanto all’immagine, anche la scrittura divenne fondamentale.…
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Keith Haring, dopo una tradizionale formazione artistica, inizia attorno al 1980 a diffondere il proprio marchio artistico sui muri delle metropolitane, venendo spesso multato e in qualche caso temporaneamente trattenuto dalle autorità poliziesche. Le sue proverbiali figure stilizzate sono deliberatamente ispirate al mondo dei fumetti, primitive certo, ma al tempo stesso “pop”, facilmente apprezzabili da un vasto pubblico. Questo connubio tra diverse espressioni culturali e la sua innegabile originalità lo portano a divenire presto una star dell’underground newyorkese. Nelle metro le sue opere iniziano ad essere staccate e rivendute a peso d’oro. Questo fenomeno al limite della legalità lo proietta nel sistema dell’arte, che lo accoglie anche in virtù dell’amicizia professionale con Andy Warhol. Inizialmente Haring dipinge figure isolate, tratteggiate con rapidità nei sotterranei, ma presto le sue composizioni si infittiscono di figure e segni. Oltre l’opera, Haring…
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L’artista che più ha ispirato Banksy all’inizio della sua carriera è senza dubbio lo street artist francese Blek le Rat. Queste le parole dell’artista di Bristol: “Ogni volta che dipingo qualcosa di leggermente originale, scopro che Blek le Rat l’aveva già fatto, solo vent’anni prima”. Uno degli elementi più ricorrenti nell'immaginario di Banksy è il topo, figura che l’artista riprende da Blek le Rat. Questo piccolo animale diventa simbolo dell’artista ribelle, colui che opera ai margini, contro l’ordine costituito. Il termine inglese “rat” cela un’arguta trovata linguistica: è infatti l’anagramma di “art”. Nei lavori di Banksy, i topi non sono mai innocui spettatori, ma agenti d’azione: forzano serrature, imbrattano muri, compiono gesti eclatanti in silenzio. Le loro sagome, realizzate con la tecnica dello stencil, compaiono ovunque nello spazio urbano.
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La famiglia reale inglese è da sempre un bersaglio perfetto per gli artisti punk, e Banksy non fa eccezione. Anzi, raccoglie con entusiasmo l’eredità di quella tradizione anni Ottanta e ci mette del suo, ridicolizzando a modo suo le icone del potere.
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Flower Thrower, conosciuto anche come Love Is in the Air, è una delle opere più iconiche di Banksy. L’immagine raffigura un manifestante con il volto coperto, in posa dinamica, nell’atto di lanciare un mazzo di fiori al posto di una molotov. Realizzato per la prima volta nel 1998, il soggetto è stato spesso reinterpretato come simbolo del conflitto israelo-palestinese.
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Nel 2003, a Londra, fece la sua comparsa Pulp Fiction, un’opera che omaggia l’omonimo film di Quentin Tarantino del 1994, condividendone lo spirito ironico e dissacrante. Qui, la violenza tipica del film viene ridicolizzata: John Travolta e Samuel L. Jackson, invece delle iconiche pistole, impugnano delle banane, gli unici elementi a colori in una composizione interamente in bianco e nero. L’intento è chiaro e immediato; più che una critica, l’opera sembra una celebrazione parodica del cinema hollywoodiano.
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CND Soldiers mostra due soldati inginocchiati a terra. Uno impugna un fucile e osserva con attenzione l’ambiente circostante, pronto a intervenire. L’altro, sorprendentemente, tiene in mano un pennello e sta dipingendo un grande simbolo rosso della pace su un muro. Quel segno - diventato icona internazionale del pacifismo - nacque nel 1957 come emblema della Campagna per il Disarmo Nucleare nel Regno Unito (da cui l’acronimo CND).
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Napalm è tra le opere più forti ed emotivamente coinvolgenti di Banksy. Con questo lavoro, l’artista conferma il suo impegno politico e la volontà di denunciare i legami tra guerra, potere economico e industria militare. L’immagine che ci propone è un’accusa diretta contro il capitalismo aggressivo, l’occupazione coloniale e le conseguenze devastanti che questi fenomeni hanno avuto sulla vita dei più vulnerabili.
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Flag mostra un gruppo di bambini e ragazzi vittoriosamente in cima a un’auto bruciata mentre alzano la bandiera americana. I protagonisti sono ritratti come giovani diseredati, reietti delle periferie cittadine. Grazie alla presenza scenografica di una grande luna d'argento, la scena assume un tono drammatico e malinconico. I bambini sono un soggetto centrale nella produzione di Banksy, rappresentati per simboleggiare il futuro e la gravità delle questioni affrontate. In Flag, si potrebbe pensare che quei bambini rappresentino la gioventù americana, ancora ambiziosa di realizzare il sogno americano. Ma l'opera potrebbe anche suggerire un velato commento all'enorme quantità di denaro speso per sostenere le guerre, lasciando milioni di uomini, donne e bambini senza sostegno nei ghetti. L’opera è stata definita come: “Il presunto tributo di Banksy alle persone normali i cui sacrifici aiutano a costruire una nazione ma a cui non è mai stata dedicata una statua”.
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Golf Sale è l’ironica reinterpretazione di una celebre immagine: quella scattata nel 1989 da Jeff Widener durante la sanguinosa repressione del Movimento Democratico in Cina. Nell’originale, un uomo solitario si piazza davanti a una fila di carri armati nel tentativo disperato di fermarne l’avanzata: un gesto di coraggio diventato simbolo universale della resistenza non violenta.
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È presente in mostra, con alcune sue composizioni, l’artista palermitano Salvatore Benintende, noto anche con lo pseudonimo di TVboy. Lo street artist nato negli anni Ottanta, è esponente di punta del movimento NeoPop. TVboy non è soltanto uno pseudonimo ma un vero e proprio un alter ego che l’artista raffigura frequentemente come simbolo di distinzione dalla cultura massificata delle nuove generazioni, massificazione causata ovviamente della televisione. Dal 2005 l’artista risiede stabilmente a Barcellona, dove si occupa di interventi di arte urbana e di design. Memorabile la sua partecipazione ad una mostra dedicata alla street art, presso il PAC di Milano nel 2007, dove l’artista presenta tre tele bianche, con lo scopo di dipingerle direttamente in galleria ad inizio mostra, proprio per affermare che la street art non può essere intrappolata su una tela dentro un museo. I suoi interventi di arte urbana non si limitano all’Italia e alla Spagna, ma sono presenti nelle…
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Il massimo interprete contemporaneo dell’uso del poster con finalità artistiche è Shepard Fairey, meglio noto come Obey. Egli impiega il medium più economico della Street Art per lanciare i suoi messaggi spesso significativi da un punto di vista politico e sociale. Il pubblico inizia a identificarlo come Obey a partire dal 1989, quando tappezza le città con sticker e manifesti che raffigurano il volto del wrestler André the Giant accompagnato dall’imperativo “Obey” (ovvero “obbedisci”). È l’origine di un impero culturale, Shepard Fairey ha la capacità (anche imprenditoriale) di dare vita ad una vera e propria factory, che sforna quotidianamente poster (in varie tirature e pertanto con prezzi altamente variabili). Tutto è destinato alla vendita, con l’obiettivo di finanziare e moltiplicare le sue iconografie su scala planetaria. Le sue opere sono vagamente ispirate ai poster politici tra le due guerre (a sua volta prodotte da grandi artisti del dadaismo o del…
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No ball games apparve per la prima volta nel contesto della celebre mostra Barely Legal a Los Angeles nel 2006. Un’altra versione venne installata in un muro nel nord di Londra nel 2009.
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Una Madonna che allatta. Un gesto antico, intimo, carico di dolcezza. Ma qui, al posto del latte, una bottiglietta con il simbolo del pericolo: una croce nera, inconfondibile. L’etichetta avverte: tossico. È Toxic Mary, uno dei lavori più celebri e controversi di Banksy, realizzato nel 2003 in forma di serigrafia. La scena è semplice ma destabilizzante. La Vergine, ritratta secondo i canoni iconografici classici, diventa simbolo di un amore contaminato, di una trasmissione involontaria ma inevitabile di ciò che dovrebbe essere puro. Banksy colpisce qui uno dei simboli più forti della cultura occidentale – la maternità sacra – per denunciare un mondo in cui persino ciò che nasce come nutrimento rischia di diventare veleno. Cosa è tossico, secondo Banksy? L’educazione? La religione? L’autorità che dovrebbe proteggerci? L’opera non offre risposte facili. Ma è chiaro che la fede cieca, il potere istituzionalizzato, la propaganda, sono tutti sotto accusa. L’artista…
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Nel 2008, durante un soggiorno a New Orleans, Banksy realizza un’opera dal forte impatto emotivo. Il dipinto nasce nel contesto del disastro provocato dall’uragano Katrina e diventa un’esplicita denuncia dell’inefficienza delle autorità locali nel gestire l’emergenza. Protagonista, ancora una volta, è una bambina - figura ricorrente nell’immaginario dell’artista.
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Usando uno dei suoi proverbiali giochi di parole, Banksy unisce il suo nome d’arte a quello di uno dei mostri sacri del graffitismo (e dell’arte contemporanea in genere): Jean-Michel Basquiat.
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All’interno di una mostra dedicata alla Street Art, con un focus sull’attualità, non poteva mancare Thierry Guetta, noto anche con lo pseudonimo di Mr. Brainwash. L’artista e writer francese vanta nobili parentele nell’ambito, essendo cugino dell’artista Invader. La svolta nella sua carriera avviene a Los Angeles, dove Mr. Brainwash si fa conoscere nel mondo dell’arte dopo aver incontrato Banksy. Ispirato da questo incontro, decide a sua volta di diventare un artista. Il suo stile eclettico fonde elementi di pop art, graffiti e cultura popolare, impiegando colori vivaci e audaci collage. Nelle sue opere convivono messaggi di critica sociale e svariati omaggi alla cultura popolare. Nel 2008, inaugura la sua prima mostra-evento, “Life is Beautiful”, che riscuote un enorme successo, attirando l’attenzione dei media e dei collezionisti d’arte. Da quel momento la sua attività è in costante ascesa, con significative collaborazioni con personaggi come Madonna e i Red
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Trolleys (traducibile in I cacciatori di carrelli) è un’opera molto nota nella quale Banksy rivela pienamente la sua capacità di fondere la Street Art, i graffiti e una pungente satira alla società. L’immagine ci presenta tre uomini preistorici in un ambiente scarno. Notiamo una straordinaria somiglianza con le scene di caccia tratteggiate nelle caverne dagli uomini primitivi. I personaggi hanno diverse armi con le quali si preparano ad aggredire la cacciagione. Le prede che si presentano davanti ai loro occhi non sono però dei mammuth o altri animali selvatici, ma degli attualissimi carrelli della spesa. È l’ennesimo atto d’accusa nei confronti del capitalismo, una efficace satira sull'impatto che il consumismo ha nei nostri confronti: moderni onnivori incapaci di provvedere autonomamente a noi stessi. I carrelli hanno cambiato la propria natura. Essi non sono più fedeli alleati del nostro shopping quotidiano, in quanto sono diventati creature pericolose dalle quali…
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L’opera raffigura un banditore d’asta intento a vendere alcuni lotti in una sala affollata di acquirenti. Il titolo, Morons, richiama un evento emblematico: nel 1987, i Girasoli di Van Gogh vennero battuti all’asta da Christie’s per la cifra record di 22,5 milioni di sterline. Da quel momento, il mercato dell’arte subì una svolta: i prezzi iniziarono a salire vertiginosamente, trasformando l’arte in un lucroso investimento.
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Al centro della scena, una gigantesca ciambella glassata troneggia sopra un furgone della polizia, scortato da una serie di motociclette come se si trattasse del convoglio presidenziale americano. Le uniche note di colore sono le luci lampeggianti rosse e blu dei mezzi e la glassa della ciambella, che cattura subito l’attenzione.
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Un’altra opera simbolo, apparsa agli inizi del nostro millennio è l’iconica ragazzina che lascia con la mano destra un palloncino rosso (Girl with Balloon del 2002). L’iconografia è tra le più amate di Banksy, riprodotta senza sosta su articoli di merchandising, poster e t-shirt. In generale, utilizzando rappresentazioni di bambini, Banksy riesce sempre a produrre immagini di forte carica emotiva. L’opera si apre a due possibili interpretazioni: è stato il forte vento a strappare il palloncino dalle mani della bimba o ha deciso lei di farlo volare via? La forma scelta per il palloncino è il cuore: scelta opportunamente congeniata dall’autore per aumentare la sensibilità di chi guarda. L’insieme ci suggerisce con forza l’idea di amore e di speranza. In assenza di riferimenti espliciti da parte dell’artista potremmo anche azzardare delle interpretazioni concettuali. Forse Banksy ha qui voluto rappresentare poeticamente la fine inesorabile dell’infanzia, oppure,…
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Le opere di Street Art sono stranianti. La prima impressione è di giocosa ironia ma, appena superiamo la bellezza superficiale dell’immagine, veniamo spesso investiti da contenuti drammatici, da critiche talvolta feroci scagliate contro il sistema politico, economico e sociale del nostro tempo. Critiche che abbiamo cercato di analizzare attraverso i quattro temi della mostra, ovvero: ribellione, pacifismo, consumismo e lotta antisistema.
