Mosè Bianchi, Conte Egidio e Giuseppe Penuti, Monaca di Monza con vanitas
La prima sezione della mostra presenta una delle figure femminili più intriganti e controverse della letteratura di tutti i tempi: la Monaca di Monza. Le sue vicende sono narrante nelle pagine dei “Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, il quale per scrivere il suo romanzo si ispirò ad un famoso scandalo che coinvolse la città di Monza agli inizi del Seicento. Qui è possibile vedere i due protagonisti dello scandalo, il Conte Egidio, dipinto intorno al 1867 dal maestro monzese Mosè Bianchi, amante scellerato e seduttore, e Suor Gertrude, la monaca forzata, eseguita dal pittore milanese Giuseppe Penuti. Nella narrazione manzoniana i due rappresentano il vertice della colpa, del segreto e della passione clandestina consumata tra le mura del convento. Nella tela di Mosè Bianchi, il ritratto del Conte Egidio emerge attraverso una pittura densa, moderna e carica di contrasti chiaroscurali, tipica della sensibilità pre-scapigliata dell’artista. Egidio non è raffigurato come un classico cattivo da romanzo, ma come un giovane uomo dal fascino ambiguo e penetrante. A questa figura maschile fa eco, con simmetrica e tragica risonanza, la tela di Giuseppe Penuti. Suor Gertrude è colta in un momento di profonda crisi spirituale ed esistenziale, affiancata da un teschio, elemento che introduce il tema della vanitas, ovvero la riflessione sulla caducità della bellezza terrena e della giovinezza sacrificata sull’altare di imposizioni familiari.
Entrambi gli artisti rinunciano alla retorica della grande pittura di storia per concentrarsi sull’intimità del dramma. Attraverso gli sguardi e le atmosfere di sfondo, Bianchi e Penuti riescono a dare corpo alle incertezze e ai sensi di colpa, inserendo magistralmente l’universo femminile ottocentesco all’interno di quella complessa indagine morale che ha traghettato l’arte italiana verso l’analisi psicologica della modernità.
